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ACQUA E GREEN ECONOMY. Investire nelle grandi opere? Meglio fognature e depuratori

Per gli ambientalisti l'investimento nelle reti idriche, stimato in 60 miliardi, è il secondo pilastro dell'economia verde. Federutility è d'accordo, ma alla politica chiede regole e finanziamenti certi. Legambiente lo dice chiaramente: "gli investimenti idrici sono il secondo pilastro della green economy, al fianco di quelli energetici".

Per l'associazione del cigno verde non basta aver vinto i referendum del giugno 2011. "Ora - afferma Damiano Di Simine, Presidente di Legambiente Lombardia - dobbiamo affrontare i problemi, seri e urgenti, della gestione idrica del nostro Paese. L'inquinamento di falde e acque superficiali, insieme ai ricorrenti fenomeni di carenza, rappresentano un’emergenza.


Le direttive comunitarie ci costringono giustamente a bruciare le tappe nel realizzare le necessarie opere di collettamento e depurazione. E il deficit infrastrutturale si misura su cifre del valore di diversi miliardi di euro: sessanta. Stiamo parlando della più grande opera infrastrutturale italiana, da realizzare in tempi rapidi e con centinaia, migliaia di cantieri da aprire, per costruire depuratori e collettori, mettere mano a reti fognarie da cui colano liquami, separare le acque nere dalle bianche, gestire le piene.

Opere pubbliche ma anche azioni private da incentivare: per attrezzare le case, le fabbriche, le città affinché gli usi dell'acqua siano più efficienti, riducendo sprechi e impropri conferimenti in fogna, gestendo le acque di pioggia, rimuovendo inutili superfici impermeabili, riciclando le acque grigie". A sostenere le tesi di Legambiente ci sono le posizioni di Utilitalia, l’associazione dei soggetti operanti nei servizi pubblici dell’Acqua, dell’Ambiente, dell’Energia Elettrica e del Gas nata nel 2015 dalla fusione di Federutility e Federambiente.

Nel riconoscere che negli ultimi anni il servizio idrico nazionale è migliorato, sostiene che esiste ancora un problema legato alle perdite delle reti idriche. "Per superare tale deficit – sottolinea l’Associazione - occorrono investimenti e regole certe per il settore. In Italia servirebbero 4 miliardi di investimenti l'anno e l’Associazione stima in 4,5 i miliardi i progetti già cantierabili, che potrebbero generare 60 mila nuovi posti di lavoro.

“Il settore idrico in questi anni è stato considerato affidabile dagli investitori solo grazie al rating delle aziende più grandi quotate in Borsa, ma ora non è più così. Siccità e fragilità idrogeologica del nostro territorio richiedono risposte urgenti. Le istituzioni sono chiamate a comporre un quadro regolatorio che garantisca i meccanismi di credito e finanziamento indispensabili al comparto”. "A tutt'oggi - sostiene Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente - gli investimenti programmati per i prossimi 30 anni ammontano a circa 64 miliardi di euro, 2,1 miliardi l'anno.

La maggior parte di questi riguarda i servizi di depurazione, di fognatura (il 65 per cento del totale) e il settore acquedottistico, soprattutto al Sud. Ma per fare questo occorre un profondo rinnovamento capace di coinvolgere le pubbliche amministrazioni, le società idriche, il settore delle costruzioni e i singoli cittadini". Un rinnovamento che l'Istituto di ricerche Ambiente Italia stima in 27 miliardi di euro nei prossimi dieci anni, che potrebbero creare 45 mila nuovi posti di lavoro.


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