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BIOPLASTICHE: OPPORTUNITA’, SVILUPPI E PROSPETTIVE

Come tutto ciò che ha attinenza con “verde”, “ambiente”, “eco-compatibilità”, le bioplastiche sono un argomento del quale molto si parla e di forte presa e attualità . Certo, le bioplastiche non sono una vera novità poiché è da almeno un ventennio che si sente parlare di polimeri “vegetali”.

Tuttavia soltanto da qualche anno il “parlarne” si è tradotto veramente in progetti industriali ed in volumi di produzione che vedono l’Europa ( ed in particolare l’Italia ) come primaria area di sviluppo in vari settori applicativi, prevalentemente nel flexible e rigid packaging (borse shoppers per la spesa, sacchetti per la raccolta dell’umido domestico, films igienici ed imballaggio per pannolini, piatti, bicchieri, stoviglie, penne, articoli per animali domestici ). Oggi, le bioplastiche più diffuse sul mercato sono prevalentemente quelle a base di amido (mais, patata ) e di tipo polilattidi (PLA). I principali fornitori europei sono società come Novamont, Biotec-Distribution, Nature Works, FKUR Plastics, Biolice, ma anche società come BASF, Dupont, DSM si sono introdotte nel settore, mentre cominciano ad affacciarsi nel vecchio continente anche società come l’australiana Plantic e l’americana Trellis Earth. In tutti questi casi si sta parlando ovviamente di bioplastiche biodegradabili e compostabili che per essere classificate come tali devono essere conformi al riferimento standard normativo Europeo stabilito dalla Norma EN 13432 (recepita in Italia come EN UNI 13432 ).

Ma che cosa ha prodotto questa spinta verso le bioplastiche soltanto in tempi recenti e quali sono le ragioni a supporto di tale sviluppo?

I MOTIVI DI UNA CRESCITA: IL RUOLO DEL PETROLIO

Sono diverse le cause che hanno portato ad investire ed a sviluppare le bioplastiche sul mercato. In primo luogo, un ruolo fondamentale è stato giocato dalla crescente speculazione sui prodotti petroliferi e derivati che necessariamente ha contribuito a far sì che l’industria cercasse delle soluzioni alternative al fine di ridurre la dipendenza diretta ed indiretta da fonti di approvvigionamento energetico dislocate al di fuori dell’Europa in aree comunque politicamente e socialmente instabili. Ciò ha riguardato in particolare modo sia l’industria dell’auto (con la ricerca e lo sviluppo di modelli sempre meno “assetati” insieme con l’utilizzo di motorizzazioni “ibride” ) sia l’industria della trasformazione delle materie plastiche. Infatti, i polimeri tradizionali (come polietilene e polipropilene) vengono prodotti in Europa ottenendoli con una operazione di raffinazione dalla c.d. “virgin nafta” come materia prima di base (dalla quale poi si ottiene etilene e propilene per produrre appunto polietilene e polipropilene ). La “virgin nafta” deriva direttamente dal petrolio, di conseguenza il suo costo è andato via via crescendo pariteticamente all’aumento progressivo del costo del petrolio (che aveva raggiunto quotazioni record intorno ai 150 USD/barile) spingendo pertanto sempre più in alto i costi per produrre polietilene e polipropilene ed i loro prezzi di vendita. Conseguentemente, i crescenti costi delle materie plastiche tradizionali hanno purtroppo avuto un enorme impatto nell’industria della trasformazione di materie plastiche creando notevoli problemi di sostenibilità dei costi e dei prezzi di vendita in diversi settori applicativi (films estensibili, films termo retraibili, buste e sacchetti, contenitori, etc. ). Ovviamente, l’aumento dei costi e dei prezzi di vendita relativi ai manufatti plastici tradizionali ha spalancato le porte ulteriormente all’importazione di manufatti plastici prodotti al di fuori dell’Europa (in particolare Estremo e Medio Oriente) creando addizionali difficoltà .

OLTRE IL PETROLIO

Non è soltanto l’andamento del petrolio che ha contribuito a creare maggiore interesse per le bioplastiche. Infatti , ora più che mai si pone con estrema evidenza la necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera (principale causa dell’effetto serra e del surriscaldamento del pianeta). Un contributo in tal senso viene proprio dall’utilizzo di bioplastiche da fonti rinnovabili, poiché l’emissione di anidride carbonica sia nel processo di polimerizzazione che durante la lavorazione delle stesse è sensibilmente inferiore a quella prodotta da polimeri tradizionali di origine fossile/petrolifera. Ma in Italia, in particolar modo, oltre ai sopra citati motivi , forse la spinta maggiore di interesse verso le bioplastiche viene dal problema della gestione dei rifiuti.

I MOTIVI DI UNA CRESCITA: LA GESTIONE DEI RIFIUTI

Il crescente aumento dei volumi di rifiuti domestici ed il problema relativo al loro smaltimento è sicuramente uno dei fattori di maggiore preoccupazione soprattutto in Italia dove purtroppo, sia a livello comunale che regionale, spesso non si sono date opportune soluzioni ma anzi si è contribuito ad aggravare il problema. Tuttavia, i recenti casi di cattiva gestione del problema rifiuti hanno portato come conseguenza ad una sempre maggiore sensibilizzazione delle autorità locali su come trovare opportune soluzioni che non siano solamente quelle di “bruciare” genericamente in un inceneritore tutti i rifiuti solidi urbani. In tal senso quindi, importanti progetti relativi ad una differenziazione della raccolta del rifiuto per un suo opportuno smaltimento e/o riciclo sono ormai diventati una realtà che spinge sempre più gli enti pubblici ad adoperarsi per una efficiente realizzazione di tali progetti. In particolar modo, spicca soprattutto il problema di come gestire la raccolta differenziata dello scarto umido organico domestico. A riguardo, si sono fatte varie proposte, ma la soluzione più idonea è sicuramente quella di raccogliere lo scarto umido organico domestico con sacchetti biodegradabili e compostabili prodotti con bioplastiche certificate e conformi alla Norma EN 13432. Poiché tali sacchetti ( se ovviamente conformi alla Norma EN 13432 ) si “assimilano” naturalmente nel terreno fino a scomparire del tutto senza rilasciare sostanze nocive attraverso l’azione dei microbatteri , contribuiscono efficacemente non solo alla raccolta dell’umido organico domestico ma anche alla produzione di “compost” , cioè un fertilizzante naturale ottenuto da tali scarti ed altamente nutritivo per i terreni agricoli ( molto più dei fertilizzanti sintetici ). Da ciò si capisce quindi quale ruolo importante rivestono oggi le bioplastiche soprattutto per la raccolta della frazione umido organica domestica ( con sacchetti specificamente prodotti a tale scopo ) sia per la produzione di compost naturale poiché ogni manufatto ottenuto da bioplastiche in conformità della Norma EN 13432 a fine ciclo vita viene smaltito “naturalmente” dalle stazioni di compostaggio. Oggi in Italia si producono circa 1,4 milioni di tonnellate di compost naturale e tale valore potrebbe triplicare ottimizzando a livello locale e nazionale la raccolta differenziata dell’umido organico domestico con indubbi benefici per l’agricoltura.

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IL RUOLO DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE

Non è un caso se anche la grande distribuzione mostra interesse verso le bioplastiche ed i manufatti da esse prodotti. L’opportunità in particolare nasce dal famoso “Emendamento Realacci del 2006” che vieta dal 2010 l’utilizzo di sacchetti da asporto di plastica, consentendo soltanto quelli realizzati in bioplastica. La curiosità ( mista invero anche a preoccupazione ) verso tale dispositivo di legge ha progressivamente spinto varie catene di supermercati ( Coop Italia e Esselunga ma anche Auchan e Dechatlon ) a sperimentare borse shopper per la spesa prodotte con materiali bioplastici. In effetti, nonostante il maggior costo di tali sacchetti rispetto a quelli in polietilene, le borse in bioplastica (purchè conformi alla Norma EN 13432) sono utilizzate sia per la spesa ma anche per la raccolta dell’umido organico domestico e questo rappresenta un indubbio vantaggio (oltre all’immagine “verde” per il supermercato ). Ma oltre alle borse per la spesa, si stanno sviluppando sempre di più imballaggi “bio” come le buste di quarta gamma (quelle per le verdure) nonché piatti, posate, bicchieri monouso e vaschette per alimenti.

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PROSPETTIVE E LIMITI

Oggi è possibile produrre manufatti con bioplastiche certificate e conformi alla Norma EN 13432 con prestazioni meccaniche ed ottiche assolutamente uguali (ed in qualche caso superiori) a quelle ottenibili con tradizionali polimeri. Ulteriori evoluzioni sono previste però con l’utilizzo di sempre più fonti rinnovabili nella struttura delle bioplastiche insieme con l’applicazione di nano tecnologie. L’attuale ricerca è orientata verso una sempre maggiore versatilità dei prodotti ottenibili con bioplastiche, tuttavia va tenuto presente che il costo di tali prodotti (nonostante rispetto a 5-6 anni fa sia sceso notevolmente ) è ancora piuttosto elevato ( almeno 3-4 volte maggiore rispetto a quello relativo alle plastiche tradizionali ). Ciò in effetti rappresenta un limite nel breve periodo, ma è indubbio che con il crescere delle capacità produttive (e magari insieme a possibili benefici fiscali), il “gap” tra plastica tradizionale e bioplastica in termini di costi è destinato a progressivamente ridursi fino ad un “possibile pareggio”.

BIOPLASTICHE E PLASTICHE

Le bioplastiche non nascono in contrapposizione alle plastiche tradizionali ma al contrario vanno semplicemente a colmare i cali fisiologici della domanda dei polimeri (dovuto prevalentemente a fattori come la riduzione degli spessori e dei pesi degli imballaggi plastici ). Di fatto, le bioplastiche sono plastiche di derivazione e con finalità diverse da quelle tradizionali. In sostanza, più che di contrapposizione (sarebbe inverosimile un mondo senza plastica) si dovrebbe parlare di applicazioni: sicuramente, per tutti quei manufatti che hanno un ciclo di vita breve e che possono andare nella frazione dell’umido organico della raccolta differenziata, le bioplastiche rappresentano la migliore (o l’unica) soluzione. In altre applicazioni dove invece è richiesta la durabilità del prodotto e la resistenza agli agenti atmosferici, le plastiche tradizionali sono e rimarranno la risposta adeguata. In definitiva quindi le bioplastiche rappresentano sempre più una opportunità di valorizzare l’industria e l’agricoltura Europea in affiancamento ad una sempre più specializzata e qualitativamente orientata produzione di plastiche di origine petrolifera che garantiscano altissime prestazioni soprattutto in settori tecnologicamente avanzati.


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